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Conseguenze dell'usurarietà degli interessi moratori

Il Tribunale di Cremona, con l’ordinanza del 30.10.2014, approfondisce il tema dei “mutui usurai” sviluppando nuove argomentazioni. 

 

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La sezione esecuzioni immobiliari del Tribunale di Cremona, con l’ordinanza del 30 ottobre 2014, ha approfondito il tema dei cosiddetti “mutui usurai” sviluppando argomentazioni che meritano attenzione e – in parte – condivisione.

In via del tutto preliminare, il magistrato (dr. Giulio Borella) – in netto contrasto con la giurisprudenza, anche di Cassazione, formatasi sul punto – ritiene che gli interessi di mora, non assumendo natura corrispettiva, non possano rientrare nell’ambito di applicazione dell’art.644 c.p.: “gli interessi di mora costituiscono infatti una forma di liquidazione preventiva dei danni cagionati all’istituto di credito dall’eventuale inadempimento del mutuatario, svolgendo altresì una funzione deterrente dell’inadempimento stesso, e hanno perciò natura di clausola penale, soggetta non già alla disciplina dell’art.644 c.p. e dell’art.1815 co. II c.c., bensì a quella dell’art.1384 c.c.”.

 

Tanto chiarito in via preliminare ed assorbente, il magistrato cremonese – tenuto conto dell’orientamento maggioritario secondo cui anche gli interessi moratori debbano superare il vaglio di legittimità ex lege n.108/1996 – ha ritenuto comunque necessario approfondire la questione della corretta modalità da impiegarsi onde verificare la legittimità degli interessi moratori, nonché quella delle conseguenze dell’eventuale usurarietà di detti interessi.

 

Sul primo punto, il Tribunale cremonese – aderendo all’orientamento oramai prevalente – ritiene privo di significato il tasso di interesse derivante dalla sommatoria tra il tasso corrispettivo e quello moratorio e ciò in quanto trattasi di grandezze disomogenee: l’interesse di mora ha natura sostitutiva rispetto all’interesse corrispettivo e si liquida su una differente base di calcolo, ovverosia sulle sole rate scadute e rimaste insolute e non sull’intero debito a scadere (importo che rappresenta, di contro, la base di calcolo degli interessi corrispettivi).

 

Inoltre, la verifica della legittimità degli interessi pretesi dalla banca per il ritardato pagamento deve avvenire in modo autonomo e distinto rispetto alla verifica riguardante gli interessi corrispettivi: il controllo degli interessi di mora deve essere svolto per ciascuna rata rimasta insoluta rapportando i soli interessi moratori liquidati sulla specifica rata – eventualmente maggiorati degli ulteriori oneri connessi all’inadempimento - alla rata insoluta, comprensiva della quota capitale nonché degli interessi corrispettivi (atteso che “la rata impagata perde la sua scomposizione in quota capitale e quota interessi per divenire solo e semplicemente la prestazione inadempiuta ex art. 1218 c.c.). Laddove il tasso, così determinato, dovesse superare il “tasso soglia” calcolato includendo la maggiorazione del 2,1%, ne conseguirà la non debenza di alcun interesse in riferimento a quella specifica rata e quindi neanche degli interessi corrispettivi: per quella rata, dunque, “sarà dovuta la sola quota capitale”.

 

Nel caso di decadenza dal beneficio del termine, in caso di accertata usurarietà resterà il debito relativo alla sola sorta capitale. In nessun caso, comunque, il mutuatario avrà diritto alla restituzione degli interessi corrispettivi pagati allorquando il mutuo era in regolare ammortamento.

 

L’ordinanza, pur dovendosi apprezzare per la chiara distinzione che opera tra interessi corrispettivi e moratori – distinzione che porta finanche il magistrato ad escludere i secondi dal campo di applicazione della normativa antiusura – non può essere integralmente condivisa.

 

In primo luogo, operata la distinzione tra le due tipologie di interessi, non si comprende per quale ragione l’usurarietà degli interessi di mora dovrebbe comportare la non debenza anche degli interessi corrispettivi inclusi nella rata usuraia.

 

In secondo luogo, non può condividersi la scelta del magistrato cremonese di attribuire giuridica rilevanza alla maggiorazione del 2,1% che – secondo una rilevazione condotta dalla Banca di Italia nel 2002 – rappresenterebbe la maggiorazione mediamente applicata dagli intermediari finanziari al tasso corrispettivo in ipotesi di ritardato pagamento.

 

Deve osservarsi, difatti, che la prefata percentuale del 2,1% trae origine da una rilevazione condotta dalla Banca d’Italia a fini statistici – mediante interrogazione di un campione di intermediari finanziari (e quindi non sull’intero universo degli stessi) – svolta nel 2002 e mai aggiornata e comunque eseguita senza operare alcuna distinzione tra tipologie di affidamento e classi di importo: il dato risulta rilevato, in definitiva, in assenza di rigore scientifico e, quindi, non può assumere giuridica rilevanza (benché, ovviamente, appare condivisibile il rilievo del magistrato cremonese secondo il quale la comparazione tra il tasso di mora e il “tasso soglia” non inclusivo degli interessi moratori viola il “principio di omogeneità” dei termini posti a confronto).

 

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