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Interessi di mora e usura: l'ABF chiarisce il proprio orientamento

L'Arbitro Bancario Finanziario sostiene che la clausola che prevede la corresponsione di interessi moratori non soggiace alla normativa antiusura ex legge 108/1996.

 

Scarica la sentenza e leggi la nota di commento del dr. Vecchi

A.B.F. – COLLEGIO DI COORDINAMENTO

DECISIONE N.1875 DEL 28 MARZO 2014

 

Con decisione n.1875 del 28.03.2014, il collegio di Coordinamento dell’Arbitro Bancario e Finanziario si è soffermato su un tema di grande attualità: la presunta violazione, da parte degli istituti di credito, della normativa antiusura – ex legge n.108/1996 – per effetto della pattuizione di interessi di mora che il mutuatario è tenuto a corrispondere in caso di ritardato pagamento di quanto dovuto alla banca.

 

Chiarito, preliminarmente, che il caso preso in esame riguarda un rapporto di apertura di credito regolata in conto corrente, il Collegio ha sancito importanti principi applicabili a qualsiasi tipo di rapporto bancario.

 

In primo luogo, il Collegio di Coordinamento (che rappresenta la Cassazione dell’Arbitro Bancario e Finanziario), ponendosi in netto contrasto con alcune pronunce della Suprema Corte – espressamente criticate – ha chiarito che la clausola che prevede la corresponsione di interessi moratori non soggiace alla normativa antiusura, non essendo volta a definire parte del corrispettivo posto a carico del mutuatario. Essa, difatti, rappresenta una classica clausola penale che soggiace, quindi, alla disciplina prevista dall’art.1384 c.c., che prevede  la riduzione ad equità nel caso in cui la penale sia manifestamente eccessiva (al fine di detta valutazione può assumere rilevanza la rilevazione statistica condotta dalla Banca di Italia che nel 2002 ha determinato nel 2,1% la maggiorazione mediamente prevista per i casi di ritardato pagamento). Le argomentazioni del Collegio – invero molto approfondite – traggono origine dalla differente natura giuridica che contraddistingue la clausola degli interessi corrispettivi e quella degli interessi moratori.

 

Chiarito che la clausola contemplante gli interessi i mora non soggiace al giudizio di legittimità ex art.644 c.p. neanche individualmente considerata (non avendo natura di remunerazione bensì di risarcimento del danno), il Collegio ritiene del tutto “errata ed antigiuridica” la tesi propugnata dai mutuatari che – in virtù di una lettura errata quanto strumentale della sentenza n.350/2013 della Corte di Cassazione – sostengono che ai fini delle verifiche antiusura debba risultare entro soglia il tasso ottenuto sommando il saggio di interesse corrispettivo al tasso di mora (tasso definito “creativo” dal Tribunale di Verona con sentenza del 30.04.2014).

 

L’unica ipotesi in cui la clausola contemplante gli interessi moratori può assumere rilevanza ai fini della normativa antiusura può aversi – secondo il Collegio – nel caso in cui le modalità di applicazione degli interessi di mora possano far ritenere ampiamente prevedibile il mancato rispetto, da parte del mutuatario, degli obblighi contrattuali, con la conseguenza che l’applicazione degli interessi di mora non diviene più circostanza solo eventuale: in tal caso detti interessi assumono – di fatto – natura di corrispettivo e diviene invocabile la disciplina ex art.1344 c.c. cui consegue la nullità della clausola interessi e l’applicazione del comma secondo dell’art.1815 c.c.

 

Il Collegio, chiarita la propria posizione in merito alla clausola che prevede l’applicazione degli interessi di mora, afferma, in maniera non pienamente condivisibile, che l’eventuale esistenza della “clausola di salvaguardia” nei contratti di finanziamento vale ad escludere l’usurarietà del rapporto.

 

Infine, il Collegio, percorrendo il sentiero già tracciato da molteplici pronunce di merito (alle quali, tuttavia, fanno da contraltare altrettante numerose sentenze), afferma il principio in virtù del quale, per determinate il TEG di un rapporto di finanziamento, occorre adottare lo stesso identico algoritmo di calcolo utilizzato dalla banche onde determinare i TEGM da cui discendono i “tassi soglia” trimestralmente rilevati dalle competenti autorità: l’adozione – afferma il Collegio – di una modalità di calcolo del TEG relativo allo specifico rapporto oggetto di verifica differente da quella adottata ogni trimestre dagli istituti di credito per rilevare i tassi medi da cui hanno origine i limiti usurai medio tempore vigenti, difetterebbe dell’ineludibile “principio della perfetta simmetria dei due termini del confronto” (il TEG del rapporto e, appunto, i “tassi soglia”).

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STUDIO VECCHI

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