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Mutui usurai: il Tribunale di Massa approfondisce le questioni irrisolte

Con ordinanza del 23.03.2016, il Tribunale di Massa – in composizione collegiale – approfondisce le principali questioni ancora da risolvere in tema di “mutui usurai”.

Scarica la sentenza e leggi la nota di commento del dr. Vecchi

Il provvedimento in oggetto merita attenzione per le argomentazioni, molto approfondite, sviluppate dal Collegio.

In primo luogo, i giudici affermano che “non è ormai revocabile in dubbio che la disciplina antiusura sia applicabile anche agli interessi moratori”.

Il convincimento del Collegio discende non unicamente dalle molteplici sentenze della Cassazione – espressamente richiamate – e dalla sentenza n.29/2002 della Corte Costituzionale, che avevano già chiarito che la normativa antiusura non può non applicarsi anche agli interessi moratori, ma anche dal contenuto della relazione governativa di presentazione al Parlamento del D.L. n.394/2000 (convertito in legge n.24/2001), nella quale è scritto: “l’articolato fornisce al comma 1 l’interpretazione autentica dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815 comma secondo c. c.. Viene chiarito che quando in un contratto di prestito sia convenuto il tasso di interesse (sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio) il momento al quale riferirsi per verificare l’eventuale usurarietà sotto il profilo sia penale che civile è quello della conclusione del contratto a nulla rilevando il pagamento degli interessi”.

I giudici poi, con motivazioni in questo caso meno convincenti, affermano che - ai fini della verifica della legittimità del tasso moratorio - il “cumulo” tra saggio corrispettivo e tasso di mora è ammesso laddove nel contratto di mutuo sia espressamente previsto che gli interessi di mora si applicano sull’intero debito scaduto, ovverosia anche sugli interessi corrispettivi ricompresi nelle rate non pagate: ovviamente, atteso che in qualsiasi contratto di mutuo è sempre prevista la liquidazione degli interessi di mora “su qualsiasi somma dovuta e non pagata”, il principio enunciato (non solo) dal Tribunale di Massa equivale a legittimare il criterio della “sommatoria”, criterio che – ad avviso di chi scrive – è in ogni caso destituito di fondamento (per ragioni tecniche ancor prima che giuridiche).

Certamente persuasive, di contro, appaiono le considerazioni sviluppate dal Tribunale di Massa che ha ben argomentato l’inopportunità di individuare una specifica soglia usuraia per gli interessi di mora mediante la maggiorazione di 2,1 punti percentuali del TEGM, maggiorazione che rappresenterebbe – secondo il Collegio – “un’operazione creativa contra legem”. Secondo i giudici, difatti, la scelta della banca di applicare al rapporto un tasso superiore a quello medio discende proprio dal maggior rischio di insolvenza allo stesso attribuito, rischio che, quindi, già risulta “spesato” nel tasso convenuto. In maniera inequivocabile, i giudici scrivono: “In realtà, lo spread del tasso medio di mercato rilevato dalla Banca d’Italia (attualmente consistente nella, non trascurabile, maggiorazione del 25% + 4 punti percentuali), nello spirito della legge, è destinato a coprire ogni onere correlato al finanziamento, inclusi quelli che rappresentano componenti di origine patologica del rapporto creditizio. In altre parole, l’intermediario bancario, con il tasso medio copre i costi di raccolta, struttura, organizzazione ed il rischio ordinario del credito, oltre al margine di profitto correlato all’erogazione del mutuo; con il differenziale fra il valore medio del tasso fisiologico ed il margine superiore della soglia d’usura può compiutamente ed adeguatamente ammortizzare i rischi eccedenti l’ordinaria gestione del rapporto, le relative sofferenze, con i nocumenti che da queste statisticamente derivano; essendo, in definitiva, la funzione risarcitoria della mora riconducibile anch’essa a tale differenziale”.

 

Con l’ordinanza in commento, poi, i giudici – seppur con eccessiva sintesi – chiariscono che “sebbene la L. n. 108/1996 non si esprima in modo esplicito circa la metodologia di calcolo del T.E.G. pare nondimeno innegabile che la formula scientifica che interpreta il dettato normativo (“per la determinazione del tasso di interesse usuraio si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese…..collegate all’erogazione del credito”) è la formula inversa dell’interesse semplice”.

Peraltro, secondo il Tribunale, la normativa vigente attribuisce alla Banca d’Italia “esclusivamente un ruolo consultivo”, ovvero il compito di “fotografare” l’andamento dei tassi medi di mercato. Nell’ordinanza viene chiarito che “con particolare riferimento alla determinazione del tasso soglia, il legislatore di rango primario non fa pertanto alcun rinvio ad un aggregato di costi connessi al credito stabilito in via autonoma della norma secondaria. Del resto i primi D. M. attuativi dell’art. 2 della L. n. 108/1996 emanati il 23.09.1996 ed il 24.09.1997 (recanti la classificazione delle operazioni creditizie per categorie omogenee ed i T.E.G.M. dell’epoca), non disciplinavano alcun compito per Banca d’Italia di predisporre specifiche istruzioni destinate agli operatori finanziari per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura; né risulta che una norma di rango legislativo abbia attribuito in seguito tale funzione (di integrazione, specificazione normativa o derogatoria ) all’istituto di vigilanza bancaria, come pure lo stesso legislatore ha invece fatto in materia con previsioni esplicite quando ha effettivamente inteso conferire tale potere alle fonti di rango secondario (vedasi ad esempio con l’art. 117, comma 2 del Testo Unico Bancario in relazione alla previsione da parte del C.I.C.R. di forme diverse da quella scritta per talune tipologie di contratti).

Per chiarire ulteriormente quale sia il ruolo attribuito alla Banca d’Italia dalla normativa di settore, i giudici riportano quelli che definiscono “gli eloquenti e perspicui rilievi argomentativi del Supremo collegio”, secondo cui “il delitto di usura, quale definito a seguito dell’intervento di novellistico operato dalla legge n. 108 del 1996, non riserva affatto compiti “creativi” alla Pubblica Amministrazione, affidando a questa margini di discrezionalità che invaderebbero direttamente l’area penale riservata alla legge ordinaria: il legislatore si è fatto carico di introdurre e delineare una rigida “griglia” di previsioni e di principi, affidando alla formazione secondaria null’altro che un compito di “registrazione” ed elaborazione tecnica di risultanze al di fuori di qualsiasi margine di discrezionalità. Ebbene in tale prospettiva il procedimento per la determinazione dei tassi soglia analiticamente descritto dal legislatore della riforma esclude per puntualità di riferimenti qualsiasi elusione del principio di riserva di legge in materia penale, nulla essendo lasciato a scelte di opportunità o a valutazioni non fondate su rigorosi criteri tecnici: al contrario è proprio la linea di “obiettivizzazione” del fatto tipico che ora caratterizza la figura descritta dall’art. 644 cod. pen. a rendere la fattispecie senz’altro esente da quelle perplessità di insufficiente determinatezza che in passato erano state adombrate al suo riguardo. Il dettaglio dei criteri stabilito dalla legge è dunque tale da rendere la fonte non legislativa un atto meramente ricognitivo destinato a “fotografare” l’andamento dei tassi finanziari distinti per classi omogenee di operazioni secondo parametri di certezza ed obiettività, e con l’intervento degli organi istituzionalmente deputati a compiere siffatte registrazioni” (cfr. Cass. Pen. n. 21148/2003).

Le istruzione della Banca d’Italia” – aggiunge il Collegio – “non possono quindi entrare in conflitto con la norma primaria (art.644 c.p.c), perché, a norma di legge, le loro funzioni sono diverse, rispettivamente di rilevazione del TEGM, quanto alla prima, e del TEG quanto alla seconda. Ma qualora emerga un conflitto di tal genere, la sua risoluzione non può che consistere nella disapplicazione della fonte secondaria”.

Al fine di comprendere l’irrilevanza giuridica delle indicazioni della Banca d’Italia – conclude il Collegio – “basti pensare, del resto, che esse escludono dalla rilevazione una serie di rapporti, che, discostandosi per motivi particolari o lato sensu riconducibili a dinamiche patologiche sono stati ritenuti tali da alterare il normale prezzo del credito applicato alla clientela come le posizioni classificate a sofferenza i crediti ristrutturati le operazioni a tasso agevolato i finanziamenti revocati; eppure non è stato mai revocato in dubbio nella prassi applicativa cosi come nella casistica giurisprudenziale che anche tali tipologie di crediti siano sottoposti esattamente come gli altri al vaglio antiusura per quanto non compresi nelle rilevazioni dell’istituto di vigilanza”.

In ultimo il Collegio – senza però chiarire ulteriormente la propria posizione – ha stabilito che l’usurarietà del TEG determinato includendo gli interessi di mora comporti, ex art.1815 c.c., la gratuità assoluta del rapporto.

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