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Trattamento delle cms ai fini delle verifiche antiusura

La Cassazione, con sentenza n.16303 del 20.06.2018, affronta il tema della rilevanza delle cms ai fini delle verifiche antiusura.

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 La recentissima sentenza n.16303 emessa dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite il 20.06.2018 affronta l’annoso tema della rilevanza delle cms ai fini della verifica della legittimità – ex legge n.108/1996 – del tasso di interesse praticato dalla banca nell’ambito di linee di credito regolate in conto corrente.
La pronuncia, etichettata dai correntisti come “salva banche”, va, invero, accolta con grande favore e ciò per più motivi.
In primo luogo, il Supremo Collegio ha chiarito che non è possibile ritenere irrilevanti le commissioni di massimo scoperto addebitate dalle banche al fine di verificare la conformità del proprio operato alla legge sull’usura. Tale assunto, quindi, ha finalmente ripristinato la “gerarchia delle fonti”, riportando al primo posto l’art.644 c.p..
Inoltre i giudici ermellini, districandosi in un ginepraio di dimensioni notevoli, hanno fornito le indicazioni operative da seguire al fine di garantire il confronto tra TEG e “tasso soglia”, garantendo il rispetto del menzionato “principio di omogeneità”. La Corte, difatti, ha stabilito che la modalità corretta da impiegare al fine di verificare la legittimità delle condizioni economiche praticate dalla banca è quella prevista dalla Banca d’Italia con circolare n.1166966 del 02.12.2005, circolare invero quasi mai applicata nell’ambito delle verifiche giudiziarie di tal specie. Nel dicembre del 2005, l’Istituto centrale – ritenendo di dover assumere una posizione alla luce dell’acceso dibattito sorto sul tema e rammentando che le commissioni di massimo scoperto mediamente praticate dal sistema bancario sono sempre state oggetto di rilevazione trimestrale, autonoma e separata rispetto a quella del TEGM – ebbe modo di chiarire che, al fine di tener conto di tali commissioni onde valutare l’eventuale usurarietà della condotta assunta dalla banca, le stesse dovessero essere comparate con la “commissione di massimo scoperto soglia”: secondo quanto chiarito nella circolare n.1166966, l’eventuale supero - rispetto alla “cms soglia” - determina l’usurarietà del tasso complessivo solo laddove non trovi copertura nell’eventuale “margine” residuante dopo aver detratto dal “tasso soglia” il TEG praticato dalla banca. In sintesi, laddove la banca avesse praticato un TEG (determinato tenuto conto degli interessi e degli ulteriori oneri addebitati in conto ma con esclusione delle cms) inferiore al “tasso soglia”, residuerebbe per la stessa un “margine” impiegabile praticando una cms superiore a quella “soglia”.
Il procedimento illustrato dalla Banca d’Italia nel 2005 ed oggi rispolverato dalla Cassazione a SS.UU. – procedimento più complesso da spiegare che da implementare – rappresenta, invero, la soluzione in assoluto più corretta (e ciò a prescindere da una inevitabile forzatura del dettato normativo) per verificare la legittimità delle condizioni economiche praticate dalla banca. Essa, difatti, contempera tre distinte esigenze: 1) la necessità di non escludere le cms dal costo complessivo della linea di credito; 2) la necessità di garantire il rispetto del “principio di omogeneità”; 3) l’opportunità di mantenere distinti il tasso di interesse dalle commissioni di massimo scoperto.
Mentre i primi due aspetti sono da sempre al centro del dibattito, poco si è discusso – in questi anni – sull’opportunità di non cumulare gli interessi con le commissioni di massimo scoperto. Laddove, seguendo la tesi di molti, la Banca d’Italia avesse determinato il TEGM includendovi anche le commissioni di massimo scoperto, avremmo assistito alla fissazione di una soglia di usura ben più alta di quella determinata senza includere le cms nel TEGM (così come nella realtà è avvenuto). Ciò avrebbe determinato un ingiusto nocumento a quei correntisti beneficiari di una linea di credito non soggetta all’addebito delle cms. Per tali soggetti, difatti, la banca sarebbe stata legittimata a richiedere un tasso di interesse ben più alto di quello che, in concreto, ha potuto praticare in ragione di un limite usuraio inferiore, in quanto determinato senza tener conto della cms mediamente praticata dalle banche (ma non applicata allo specifico rapporto). Detto in altri termini, l’aver mantenuto distinti il TEGM dalla “cms media” ha comportato l’applicazione di tassi di interesse più bassi nell’ambito di quelle linee di credito non soggette all’addebito delle cms.
Illustrate le ragioni che devono indurre a giudicare positivamente l’intervento delle SS.UU., occorre, da ultimo, chiarire che la decisione assunta dal Supremo Collegio comporterà, in molti casi, l’accertamento dell’esistenza di “usura originaria” in tutti quei contratti bancari in cui la commissione di massimo scoperto è stata pattuita in una misura trimestrale prossima alla cms media indicata nel decreti ministeriali. Posto, difatti, che ai fini della verifica della legittimità del contratto la cms trimestrale va ragguagliata ad anno, il confronto tra la cms annuale e la cms soglia rilevata dai decreti ministeriali determina un supero che molto spesso non trova copertura nel “margine” come innanzi definito.
Ovviamente deve presumersi che in siffatte circostanze le banche, nel tentativo di evitare che venga accertata l’usurarietà genetica del rapporto, sosterranno la tesi che la “cms media” indicata nei decreti ministeriali si riferisca ad un singolo trimestre e non all’intero anno. Tale tesi, tuttavia, non potrà trovare accoglimento, in quanto contrastante con il primo comma dell’art.2 della legge n.108/1996, secondo cui la rilevazione trimestrale delle condizioni economiche mediamente praticate dal sistema bancario è “riferita ad anno”.

 

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