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Usurarietà del tasso di mora - sentenza del Tribunale di Milano

Con sentenza n.13719 del 29 novembre 2016, il Tribunale di Milano è tornato ad esprimersi sull’oramai annosa questione concernente l’usurarietà del tasso di mora.

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Con sentenza n.13719 del 29 novembre 2016, il dr. Claudio Antonio Tranquillo – del Tribunale di Milano – è tornato ad esprimersi sull’oramai annosa questione concernente l’usurarietà del tasso di mora (vedasi ordinanza del 2 febbraio 2016 in commento su questo sito).

Nel caso specifico, oggetto di analisi è un contratto di leasing in cui, secondo l’utilizzatore, sarebbe stato convenuto un tasso di mora usuraio.

In via preliminare, il magistrato ha ribadito che gli interessi di mora non soggiacciono al vaglio di legittimità della normativa sull’usura e ciò per molteplici ragioni.

In primo luogo, il magistrato osserva che il tasso di mora legalmente previsto dall’art.2 d.lgs. n.231/2002 e relativo ai ritardi nei pagamenti nelle transazioni commerciali è risultato, in alcuni periodi, superiore ai saggi soglia. Pertanto, atteso che un saggio legalmente previsto non può essere usuraio, da ciò il giudice fa discendere che il tasso di mora non può soggiacere alla normativa sull’usura.

Alla medesima conclusione si giunge, secondo il magistrato, rilevando che la determinazione del TEGM – e quindi del tasso “soglia” – non tiene conto degli interessi di mora, per i quali, quindi, mancherebbe la rilevazione della soglia usuraia. Pertanto, comparare il tasso moratorio con il tasso soglia non inclusivo degli interessi di mora significherebbe dar vita ad un’operazione “priva di base normativa, che in caso di interpretazione estensiva (tasso soglia calcolato con riferimento agli interessi corrispettivi da riferirsi anche agli interessi moratori) sarebbe priva di razionalità e censurabile quantomeno ex. art. 3 Cost. in quanto 1) applicherebbe la legge in difetto dei necessari provvedimenti di sostanziale attuazione all’ipotetica volontà del legislatore (i.e. la determinazione del tasso soglia di mora), e inoltre 2) finisce per omologare situazioni diverse (già solo nella prassi il tasso di mora è ben diverso, e più elevato, di quelli corrispettivi), violando il principio di eguaglianza di trattamento, del quale è corollario l’illegittimità di disciplinare allo stesso modo situazioni in realtà diverse; inoltre 3) è chiaro che una sanzione calcolata su determinati presupposti fattuali, applicata a una fattispecie relativa a ben altri elementi costitutivi appare intrinsecamente irragionevole”. 

Il giudice, inoltre, osserva che interessi corrispettivi e moratori assolvono a funzioni – compensativa per i primi e risarcitoria per i secondi – del tutto differenti che non consentono una parità di trattamento. Pertanto, atteso che l’art.644 c.p. espressamente richiama il concetto di “corrispettività”, non sarebbe corretto assoggettare gli interessi di mora alla disciplina sull’usura ex legge n.108/1996.

Peraltro, “negare la sanzione della non debenza degli interessi in caso di interessi moratori usurari non significa lasciare il debitore in balia del creditore, atteso che permane la tutela di cui all’art.33 c. 2 lett. f) codice consumo, nonché la possibilità di riduzione a equità ex art. 1384 c.c. negli altri casi”.

Significativo – per quanto non vincolante – appare poi, secondo il dr. Tranquillo, la circostanza per cui gli interessi di mora risultino espressamente esclusi - dalla Banca d’Italia - dalla rilevazione del TEGM. Sul punto, peraltro, il magistrato non esita a giudicare alquanto equivoco il riferimento alla maggiorazione media del 2,1% in ipotesi di ritardato pagamento contenuta nei decreti ministeriali a decorrere dal 2003.

In sintesi, il magistrato ritiene che l’art.1815 c.c. sia riferibile unicamente agli interessi di natura corrispettiva e che – differentemente da quanto sostenuto dalla Corte di Cassazione, le cui sentenze sono state giudicate dal magistrato lombardo “alquanto equivoche” – gli interessi di mora non soggiacciano al vaglio di legittimità ex legge n.108/1996.

In ogni caso, secondo il magistrato, anche laddove si volesse dare rilevanza agli interessi di mora ai fini della verifica dell’usurarietà del rapporto, andrebbero presi in considerazione unicamente gli interessi moratori realmente richiesti dal mutuante onde accertare se gli stessi, sommati a quelli corrispettivi e rapportati al capitale, abbiano determinato un costo del credito oltre soglia (circostanza peraltro giudicata assai improbabile). Alcuna sommatoria tra tassi di interesse, dunque, risulta legittima, trattandosi di interessi computati con differenti modalità di calcolo. Non può, inoltre, sostenersi l’usurarietà degli interessi di mora rapportandoli alla sola sorte capitale della singola rata.

Secondo il Tribunale di Milano, peraltro, “non rileva neppure l’ipotesi di un tasso di mora eguale al tasso soglia; non basta affermare che una qualunque spesa determinerebbe il superamento del tasso soglia; e ciò perché, si ripete, la mora rileva al più come costo effettivo, e quindi occorre prendere in considerazione  solo gli interessi di mora effettivamente maturati”.

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